Lioni Latticini – Storia di un successo

INTERVISTA A SALVATORE SALZARULO
Nato a Lioni e residente a Brooklyn (USA)


L’Irpinia è da sempre una terra fervida di cultura, di tradizioni e di storia, con un ricco bagaglio culturale, pieno di beni materiali e immateriali, primo fra tutti l’acqua e le sue sorgenti, tali da dover tutelare e salvaguardare. Purtroppo, però, l’Irpinia, è anche la terra di migranti, di coloro che vanno via in cerca di un futuro migliore, di un lavoro, di una speranza che troppo spesso questa stessa terra, tanto amata dai suoi abitanti, non riesce a dare. Data la ricchezza del territorio irpino, quindi, non stupisce pensare che chi va via da un territorio come questo, presto o tardi ne senta la nostalgia e, perché no, decida di tornare a far visita ai luoghi della giovinezza così tanto amati. E’ in quest’ottica che il progetto: “Ritorni dei migranti d’Irpinia: persone, storie e tradizioni”, rievoca il riavvicinamento degli emigranti alla loro terra natia, consentendo ai propri figli e nipoti, di far conoscere le radici della loro esistenza, di quei luoghi di cui tanto hanno sentito parlare nei racconti; posti accoglienti, caratteristici con le loro stradine, i vicoli e le fontane, ove il tempo, benevolo, pare si sia arrestato.


Grazie al progetto del Servizio Civile Volontario “RITORNI DEI MIGRANTI D’IRPINIA: PERSONE, STORIE E TRADIZIONI” attivato dalla nostra associazione attraverso la rete UNPLI, è stata realizzata un’ intervista al Sig. Salvatore Salzarulo, un incontro interessante e appassionato, il quale ci ha raccontato e resi partecipi della sua storia di emigrato in America e di come è nata la sua azienda, Lioni Latticini, produttrice e distributrice di mozzarella italiana di fama nazionale negli Stati Uniti.


Buongiorno Sig. Salvatore e ancora grazie per aver accettato di raccontarci la sua storia.
1) Da quanto tempo Lei e la sua dì famiglia siete emigrati in America? Quali sono state le ragioni per cui ha deciso di lasciare l’Italia?

“Sono venuto in America nel 1980, dopo il terremoto. I miei zii già si trovavano in America, erano emigrati nel periodo della guerra. Io c’ero venuto la prima volta in viaggio di nozze e mi era piaciuta tanto, era bellissima, tanto diversa dalla mia terra, poi, dopo il sisma del 1980, a causa della distruzione che aveva subito il mio Paese, quasi completamente raso al suolo, ho deciso di espatriare anch’io, portando con me mia moglie, le mie due bimbe ed i miei genitori. Non sono emigrato per motivi economici, anzi, a Lioni vivevo bene, avevo un forno. All’epoca, mia figlia che era una bambina, soffriva di una malattia, l’anemia mediterranea, ho deciso di emigrare con la mia famiglia a causa del terremoto; è inspiegabile la disperazione che c’era nelle nostre zone. Mi sono trovato di fronte ad una scelta: ricominciare con la ricostruzione a Lioni, oppure andare via, con la speranza di garantire ai miei cari un futuro diverso, migliore. Così che a malincuore, ma pieno di speranza, siamo partiti.”


2) Come è stato accolto in quella nuova realtà? Ha avuto problemi?
“Non ho mai avuto problemi, non mi sono mai sentito solo perché avevo lì i miei parenti e la mia famiglia, compresi i miei genitori. Sono andato in America con un’idea ben precisa, ero giovane e pieno di sogni, volevo realizzare in America ciò che a causa del terremoto dell’80 non ho potuto fare a Lioni. Ho fatto enormi sacrifici, ero in una terra straniera, ma alla fine con la passione e con tanto impegno sono riuscito a realizzare i miei progetti.”


3) Come cominciò la sua attività?
“Quando sono arrivato in America, siamo stati ospitati dai miei zii. Abbiamo vissuto nella loro casa per quasi sei mesi, io, mia moglie, i miei genitori e le mie bambine. Poiché avevamo dei soldi da parte, decisi di comparare una casa. Questo acquisto mi ha dato una spinta verso l’alto, mi sono sentito pieno di orgoglio, una sensazione indescrivibile, avevo investito in un immobile che ci avrebbe dato sicurezza e stabilità, insomma, era casa nostra, ero riuscito a comprare una casa per il nostro futuro. La nostra casa era composta da due piani: un locale a piano terra ed un primo piano abitativo. Avevo intenzione di aprire un forno per fare il pane, volevo fare lo stesso lavoro che facevo a Lioni, poi, siccome mio zio aveva un’attività di caseificio in un piccolo garage, gli proposi di metterci in società, così ci trasferimmo nel locale a piano terra dalla nostra abitazione ed iniziammo, con tanta umiltà e passione, a produrre la classica mozzarella irpina, fatta secondo la tradizione del mio Paese.”


4) Lavora la mozzarella secondo la tradizione irpina, oppure gli usi americani hanno implicato altre tecniche di lavorazione?
“Ci sono diverse modalità per lavorare la mozzarella, io in America utilizzo la cagliata con l’aceto, credo che si distacchi un po’ dalla tradizione lionese, ma la preferisco perché in questo modo ho la possibilità di conservare il caglio per un tempo maggiore.”


5) Può dirsi ben integrato nella società americana e nella sua nuova comunità?
“Sì, mi sento integrato. Dopo un po’ di tempo, a causa della distanza, si perdono i contatti e le amicizie di un tempo, ti introduci in un nuovo contesto, in una nuova società, diventi parte di essa e di conseguenza inizi ad apprezzarla come se fosse casa tua. Prima di emigrare, in Italia, avevo un’attività, facevo il pane, ma le preoccupazioni erano tante, non mi sentivo sereno nell’ambiente in cui vivevo. Il sistema delle imprese rendeva anche il mio piccolo panificio piuttosto complicato da gestire, in America, invece, ho trovato meno burocrazia e molti incentivi statali per invogliare chi ha voglia di lavorare. Sento di aver raggiunto il cosiddetto sogno americano! Qui tutti i lavoratori di buona volontà, indipendentemente dalla qualifica, hanno fatto fortuna, hanno comprato una casa, si sono distinti nel loro lavoro. In America nella zona dove vivo, prima della guerra abitavano tanti irlandesi che si sentivano i padroni del territorio, perché, a differenza nostra, conoscevano bene la lingua ed erano arrivati prima di noi. Ci discriminavano, ci accusavano di essere dei mafiosi, di voler portare la mafia italiana in America, quando noi, invece, eravamo soltanto degli umili lavoratori. Alcuni italiani, pur di lavorare, hanno addirittura dovuto cambiare nome, si facevano chiamare con dei nomi americani per non essere discriminati. I miei zii, che si sono trasferiti agli inizi del 1900, hanno vissuto tutto questo.”


6) Oggi si sente più lionese o cittadino americano?
“Mi sento americano anche se ho nostalgia del mio Paese. Sono un grande appassionato di calcio e mi sono iscritto a Facebook esclusivamente per seguire le partite di calcio del Lioni, oltre agli eventi che si tengono nel mio Paese.”


7) Ogni quanto tempo ritorna a Lioni e cosa Le manca del suo Paese d’origine?
“Torno a Lioni almeno una volta l’anno. A Lioni ho trascorso una bella infanzia, ricordo le gite in treno, alla cascata Brovesao, i bagni al fiume Ofanto.”


8) In un futuro lontano, si immagina a Lioni oppure in America?
“Sognando, desidererei tornare a Lioni, nei miei vicoletti, tra le mie montagne, ma poiché la mia famiglia, i miei nipoti, i miei affetti sono tutti qui in America, la mia vita ormai sarà qui.”


9) I suoi figli hanno un legame con Lioni? Ha raccontato loro qualche storia legata alla
sua terra?

“Sì, i miei figli amano venire a Lioni. Ai miei cari racconto sempre tante storie ed aneddoti della mia gioventù. Proprio l’altra sera, di ritorno da un ristorante, con mio zio, che ha la mia stessa età, abbiamo iniziato a ricordare la nostra infanzia trascorsa in Paese. Ho ricordato quando da
ragazzi, non avendo tanti soldi a disposizione, comprammo a metà, un disco per la musica. Amo
raccontare le storie di Lioni, mi piace farlo, mi dà l’impressione che non siano passati così tanti
anni da quando sono emigrato e che nulla nel frattempo sia cambiato.”

10) Se chiude gli occhi è pensa al suo Paese natale, qual è la prima immagine che Le viene
in mente?

“Se chiudo gli occhi vedo Lioni intatto, com’era prima del terremoto, con la sua semplicità e bellezza.”


Grazie Sig. Salzarulo, per quello che ha fatto e che ancora fa per il suo Paese d’origine.
Grazie per il suo tempo e la sua disponibilità, Le auguriamo ogni bene.