Vita quotidiana a Lioni al tempo della Guerra

Articolo a cura di Angelo Colantuono.

   Al momento dell’entrata in guerra (10 giugno 1940) gli italiani avevano già fatto l’esperienza dell’ austerità.  Infatti, come sappiamo, nel 1935, a seguito della nostra aggressione all’ Etiopia, la Società delle Nazioni aveva  decretato l’ embargo contro l’ Italia:  non potevamo più comperare materie prime all’ estero né vendere all’ estero  i nostri prodotti. Il fascismo aveva risposto proclamando l’ “autarchia”:  se gli altri  non volevano avere rapporti commerciali con noi, avremmo fatto da soli!  L’ “autarchia”  era al tempo stesso un programma economico e un’ azione politica. Sul piano economico si trattava di recuperare tutte le risorse disponibili e di utilizzarle al meglio.  Sul piano politico tutti gli italiani, bambini compresi, venivano mobilitati  per raggiungere questo obiettivo, anche  a costo di dover cambiare  certe abitudini di vita.  Il primo gesto autarchico fu, nel 1936, la campagna per “l’oro alla Patria”:  tutte le donne sposate vennero invitate  (ma l’ invito dei fascisti equivaleva a un ordine) a dimostrare il loro spirito patriottico donando  le fedi nuziali (in cambio ne ricevevano una d’ alluminio);  anche la regina donò la sua nel corso di una cerimonia  in Campidoglio molto pubblicizzata.

Nei primi due o tre anni gli effetti dell’ embargo non furono avvertiti molto. Ma con il passare del tempo la scarsità di materie prime cominciò a farsi sentire, e il regime  dovette inventarsi una serie di espedienti per cercare di tamponare la situazione. Tutte le sedi del Fascio organizzarono una  raccolta capillare di rottami metallici; nelle scuole vennero indette delle vere e proprie gare,  con premi agli alunni che recuperavano più materiale.  Ma i rottami non erano sufficienti a sopperire al fabbisogno di metalli. Si cominciò allora a togliere le cancellate: prima dai giardini pubblici, dagli edifici scolastici, dalle caserme; poi anche quelle di proprietà privata. Per il rame fu ordinata la requisizione dei “manufatti casalinghi”, vale a dire delle pentole;  veniva dato un risarcimento in denaro, ma il provvedimento suscitò ugualmente un forte malumore. Nel 1942, quando il fabbisogno di rame si era fatto più acuto,  diversi comuni (i comuni allora erano retti da un podestà o da un commissario) “donarono alla Patria” i monumenti di bronzo dedicati ai caduti della prima guerra mondiale (il bronzo è fatto per tre quarti di rame). Fu in quell’ occasione che a Lioni venne rimosso il monumento che si vede nella fig. 1  e che stava più o meno sul bordo del piazzale davanti all’ ingresso del teatro. Rimase  sul posto la base di pietra; poi  verso il 1960  fu tolta anche quella.

Fig.1. Lioni. Il monumento rimosso nel 1942.

Iniziò a scarseggiare la benzina, che allora arrivava soprattutto dal Medio Oriente.  E’ vero che l’ Italia possedeva la Libia, ma in Libia si era cercata soprattutto l’acqua; quando accidentalmente si trovavano tracce di petrolio si cambiava posto, perché lì l’ acqua non era buona. Per sopperire alla carenza di benzina il genio italico inventò il gassogeno. Si trattava di una specie di grossa stufa a carbonella o a legna: facendo scorrere sulla fiamma una miscela d’ aria e di vapore acqueo si otteva un gas che poteva essere usato nei motori a scoppio. I  gassogeni, dato il loro ingombro, venivano montati soprattutto sui trattori, sui camion e sugli autobus.  Serviva un chilo e mezzo di carbonella per fare un chilometro. I giornali umoristici stranieri si divertivano da matti a mostrare gli autobus che circolavano per Roma o per Milano con quelle strane protesi attaccate alla parte posteriore. Dall’ estero non arrivò più il cotone. Anche il questo caso intervenne il genio italico, il quale mise a punto un procedimento per ricavare una fibra tessile dal latte (che ormai era diventato un prodotto eccedentario perché non si riusciva più ad esportare il formaggio). La stoffa ottenuta in questo modo si chiamò “lanital”.

Fig. 2. Un autobus a gasogeno.

Cessò anche di arrivare  la gomma. Si cercò di  sostituirla con un materiale sintetico, ma non era buono per fare i pneumatici, e questo costituì un grosso problema. Nel 1942 vennero requisite le gomme delle auto private  per darle all’ esercito.

Anche il cuoio diventò un materiale raro, destinato soprattutto all’ esercito. Allora fu inventata la para (che sta al cuoio come il truciolato sta al legno e si usa ancora).

Sparì il caffé: prima quello brasiliano, per via dell’ embargo, poi anche quello dell’ Etiopia, a causa della guerra. Venne messo in commercio un surrogato fatto di orzo e cicoria. A Napoli, patria del buon caffé, dicevano che era la peggiore delle “ciofeche”. 

Con l’ inizio della guerra arrivò anche il razionamento dei generi alimentari. Per fare la spesa ci voleva la «carta annonaria», comunemente chiamata tessera. La tessera era un cartoncino grigio o color creta con un numero, il nome del beneficiario (si fa per dire) e una serie di tagliandini prestampati, che il negoziante staccava con le forbici; ognuno di questi tagliandini dava diritto ad acquistare, a prezzi fissati per legge, una certa quantità di  pasta, riso, olio, zucchero, nonché di sapone da bucato.  Inizialmente  il razionamento non riguardò il pane, che per un certo tempo si poté acquistare liberamente  (era fatto con una miscela di grano e mais, ma  era buono). Poi, alla fine del 1942, venne razionato anche il pane: gli addetti ai lavori pesanti avevano diritto a 400 grammi al giorno, gli operai  generici a 300,  chi non faceva un lavoro manuale a 200. Era proibito fare dolci con la farina. La carne divenne sempre più rara e più costosa.  Per riuscire ad acquistarne un po’ bisognava iscriversi (nome, cognome e numero di carta annonaria)  presso una macelleria; l’iscrizione valeva come prenotazione, ma né l’acquirente né il macellaio sapevano quando la carne sarebbe arrivata e in che quantità. Nelle città i parchi e i giardini pubblici vennero trasformati in “orti di guerra”, che venivano coltivati dalla gente del quartiere. Si piantavano cavoli, patate, pomodori, zucchine; in piazza Duomo a Milano  si coltivò anche il grano. Come sempre succede quando i generi alimentari scarseggiano, nacque immediatamente un mercato parallelo, la «borsa nera». Alla borsa nera si poteva trovare di tutto. Ovviamente costava tutto più caro. Così, chi aveva soldi poteva continuare a vivere quasi come prima, mentre a fare la fame erano soprattutto i più poveri. I contadini se la passavano relativamente meglio. Non gli mancavano i legumi, gli ortaggi,  il formaggio,  le uova; in inverno ammazzavano il maiale.  Due cose   però  li mandavano in bestia: l’ammasso del grano e la tessera per macinare. C’era una norma che stabiliva di quanto frumento aveva bisogno una famiglia di tot persone per un anno; l’ eccedenza bisognava portala al consorzio agrario. Successivamente arrivò anche la tessera per macinare: una famiglia non poteva macinare più di una determinata quantità di grano al mese e bisognava andare al mulino con la tessera. Qualcuno provava a fare la farina in casa con attrezzi di fortuna, ma era proibito e il risultato, oltretutto, era pessimo.

Fig. 3. La tessera per la spesa

Nelle città la sera c’era l’oscuramento, per paura dei bombardamenti. Dalle finestre delle case non doveva filtrare nessuna luce all’esterno (giravano apposite ronde per far rispettare il divieto). I lampioni pubblici rimanevano spenti o venivano schermati con vernice blu. Chi doveva uscire per forza circolava con la pila, anch’essa schermata (fu inventato un tipo di pila che si ricaricava con il movimento delle dita), oppure con un distintivo fosforescente attaccato al petto.  Facendo il verso alla retorica fascista d’ anteguerra i napoletani crearono un nuovo slogan, che descriveva bene la situazione: «Duce, Duce! ‘E juorno senza pane, ‘e notte senza luce».

Testimonianze:

Canto delle controsanzioni

(Questa canzoncina veniva insegnata a scuola)

«La patata e il pomodoro

hanno tanta vitamina!

Noi cantiamo lieti in coro:

“L’Inghilterra non ci mina”.

Pane e sale, riso e pasta

erba e frutta, cacio e vino:

ecco quanto in Patria basta

per il sobrio bocconcino».

(da G. F. Venè, Mille lire al mese)

La fila

   «Spesso donne e uomini, rimasti per ore in lunghe file davanti ai negozi per pochi grammi di pane nero, vengono rimandati indietro: il pane non c’è e i bollini delle tessere diventano inutili» (S. Bertoldi, La chiamavamo Patria)

Ad Avellino

   «Qui ad Avellino molta roba finisce alla Prefettura; la Milizia della Strada fa il contrabbando in grande stile con le proprie automobili, trasportando prosciutti, uova, olio. Si macellano vitelli e il Prefetto riceve sempre carne di contrabbando. Nola funziona come una piccola repubblica. Si vendono apertamente, contro le disposizioni vigenti, latticini e carne, nonché dolci fatti con la farina di grano»  (da M. Mafai, Pane nero).

Il buio

   «Un altro lungo inverno [l’inverno 1942-43]. Il cibo è sempre più insufficiente, la razione di pane ridotta, limitata la circolazione dei treni e perfino l’energia elettrica alle industrie. Nelle case è consentito accendere la luce solo dopo le 5 del pomeriggio e il buio accresce lo scoramento e la malinconia» (S. Bertoldi).

Un precursore

   «Nei Promessi Sposi si può trovare di tutto: non meravigli allora il fatto che vi si trovi preconizzata la carta annonaria. E’ Ambrogio Fusella, spadaio, che ne parla all’entusiasta Renzo, la sera della memorabile prima giornata milanese del nostro eroe.

   “… dunque dividere il pane. E come si fa? Ecco: dare un bel biglietto ad ogni famiglia, in proporzione delle bocche, per andare a prendere il pane dal fornaio. A me, per esempio, dovrebbero rilasciare un biglietto di questa forma: Ambrogio Fusella, di professione spadaio, con moglie e quattro figlioli, tutti in età da mangiar pane: gli si dia tanto pane e paghi soldi tanti […]. A voi, per esempio, dovrebbero fare un biglietto per… il vostro nome?”

   Qui Renzo dà il suo nome e Ambrogio Fusella va a denunciarlo perché Ambrogio è quello che (oggi) si direbbe un informatore»

(E. Flaiano, L’occhiale indiscreto,1941).