Il pranzo della Festa (di F.Palmieri)

A chiusura della tre giorni all’insegna delle tradizioni del territorio Irpino, domenica 9 dicembre, nella sala consiliare del nostro Comune, c’è stato un convegno su ‘’riti, tradizioni e leggende’’.
Io vi ho partecipato ed ho avuto modo così di ascoltare l’appello accorato lanciato da molti dei relatori presenti.
Per far crescere il territorio, il turismo ed il commercio è necessaria un’ energica rivoluzione delle nostre culture, una riscoperta dei sapori antichi, una svolta coraggiosa nell’uso dei prodotti della nostra terra da parte degli addetti alla ristorazione.
Sono pienamente d’accordo e … per cominciare a farvi sentire i profumi e i sapori di un tempo vi offro questo cammeo, che credo sia anche in tema.

‘’Il pranzo della festa’’

La mattina della festa ‘’de la Madonna de ro fuoco’’ al primo suono delle campane delle chiese, anche la casa si animava con gioia e le massaie cominciavano a trafficare in cucina per il santo pranzo.
Si cominciava a preparare il ragù con il pollo imbottito ( farcito con pane raffermo, uova, formaggio e salsiccia), tanto imbottito che con il petto ‘’avia mantenè lo coperchio de la tiella’’.
Con questo sugo e manciate di formaggio si condivano ‘’li ziti’’, un tipo di pasta doppia e lunga che si usava nei matrimoni e da ‘’zita’’ cioè sposa, hanno preso il nome. Si tagliavano a mano e dovevano ‘’scatteddare’’ cioè scoppiettare come le scintille che allegramente si levavano dal fuoco dei camini. Non così era per le famiglie più indigenti che non potevano permettersi ‘’la pasta accattata’’ , ma le massaie con un pugno di farina, sale e acqua facevano miracoli culinari.
Come da tradizione preparavano ‘’li fusilli’’ conditi con il sugo del mitico pezzente ( un tipo di salsiccia fatta con le parti più povere del maiale e molti aromi) e rafano grattugiato, una radice profumatissima che cresce spontanea nei nostri orti e per il suo gusto e odore particolari si può paragonare allo zenzero, ora tanto richiesto.
Appena pronti venivano versati in un grosso e concavo vassoio di creta ‘’la spasa’’ che si metteva al centro della tavola e tutti i componenti della famiglia vi attingevano. ‘’Na spasa con tanta forcine!!!’’ Si diceva: ‘’ Si so venuti buoni la forcina s’adda mantenè tesa miezz’ a la spasa …’’.
Erano sempre buoni, ma la fame era tanta e li divoravano, anche perché dopo non c’era altro se non ‘’pane e suco’’, però che gusto quel pane profumato, fatto con il lievito madre, quel sugo dei nostri pomodori. Il pomodoro, l’altro fuoco della nostra terra!
Un’ altra squisitezza che queste povere donne riuscivano a fare per la festa con una ciotola di pasta di pane, erano i ‘’pizzilli fritti’’. Mangiati caldi, con una spolverata di zucchero o farciti di mele cotogne, erano una vera goduria.
Sentivi il profumo della casa, il calore degli affetti, la tenerezza dell’infanzia.

Provare per credere